Uomini semplici in storie fantastiche. Se vi piace un po' di brivido, un po' di suspance, accomodatevi....
(71° Parte)
Le creature uscirono allo scoperto da più fronti, attirati dalle voci e dal falò ancora acceso. I mezzi erano in moto, i fanali accesi illuminavano il bosco oltre la chiesa ed una successione di colpi di fucile e pistola squarciarono il rumore che aveva invaso quel luogo: lamenti e ringhi.
Fu confusione, movimento frenetico, fuga.
I tre uomini armati indietreggiavano colpendo gli zombi più vicini, le creature avanzavano a passo lento, trascinando arti malandati dalle ferite inferte prima che il virus s'impossessasse dei loro corpi.
Il furgone dei cinofili era quasi pronto a partire, mentre stavano salendo gli ultimi tramite la porta laterale basculante. Ma altri zombi avanzavano davanti al mezzo. Le luci dei fanali anteriori illuminavano i corpi che si spostavano. Una divisa bianca strappata in più punti, una gonna viola e gambe bianche mal ferme sul terreno.
Due spari consecutivi avevano colpito la donna, la camicia dello stesso colore della gonna era aperta sul davanti, il viso orrendamente trasfigurato, gli occhi...bianchi e nebulosi, come se fosse cieca.
Un colpo raggiunse la testa, aprendola. Il corpo cadde sul cofano anteriore del furgone scivolando a terra. Una scia di sangue si disegnò sul colore bianco della carrozzeria.
La porta laterale del furgone era ancora aperta, stava per essere chiusa quando delle mani la bloccarono. Tre creature si affacciarono all'interno provocando grida di orrore, che attirarono i tre uomini armati. L'azione si spostò sul furgone cinofilo, mentre altri zombi attraversavano il perimetro dietro la chiesa.
Peter e Thomas avevano avviato il motore della jeep, girandola con il muso verso l'unica via di fuga. Ma, durante la manovra, avevano constatato quante creature erano giunte. Qualcuna non era un problema, strisciava a terra priva di arti, muovendo le braccia per avanzare. Ne contarono a decine, mentre altre stavano giungendo dalle profondità dei boschi: contadini, guardia-caccia, gente che era giunta a Rob – County per il pic nic di ferragosto.
La jeep ne investì alcuni facendo retromarcia, avvicinandosi ad Alan e agli altri. Barbara era pronta ad aprire gli sportelli.
“Risparmiate le munizioni!” urlò Roger, Alan già stava usando il calcio del fucile per colpire le creature che avevano attaccato il furgone. Colpi secchi alla testa, con tutta la forza che avesse avuto.
La paura di divenire uno di loro aveva sfiorato Alan più volte.
I mostri caddero sotto i loro colpi, la paura e l'adrenalina gli aveva dato una sorta di lucidità. La porta laterale si richiuse, mentre i corpi giacevano in pozze di sangue.
La jeep accolse il ritorno di Alan, Roger e Stephen: richiusero la portiera posteriore e le sicure. Mentre il furgone avanzava fra altre creature, la jeep gli si mise dietro ma i fari posteriori si accesero ed il mezzo si bloccò. “Dov'è Stewart?” chiese Peter alla guida.
Tutti e sei gli occupanti si girarono indietro, una decina di zombi erano a terra, ma si muovevano sopra un solo corpo che si agitava sotto di essi, ogni secondo che passava la resistenza diminuiva, finché la morte non sarebbe sopraggiunta, con essa egli si sarebbe trasformato aumentando il numero degli infetti.
(72° Parte)
La cittadina prese vita, le strade cominciarono ad essere affollate, ma non dalle persone. Ad est nasceva un chiaro bagliore che, presto, avrebbe illuminato tutto.
Il furgone avanzava nella stretta via che conduceva verso la Via Regionale 21, ma proseguiva lento a causa dei corpi che affollavano il centro abitato.
“Schiacciali tutti!” qualcuno aveva gridato dall'interno del mezzo. La voce sembrava essere isterica, spaventata, con una punta d'odio verso quei mostri che affollavano il paese.
Charles non se lo fece ripetere due volte: schiacciò sull'acceleratore spingendo indietro cinque zombi che avanzavano. I fari l'illuminavano dalla vita in giù, mostrando l'orrore che calpestava la terra. Alcuni rimasero schiacciati tra il furgone e i muri delle abitazioni, stritolati senza che loro emettessero un solo grido.
Solo una creatura era rimasta incolume, aggrappata allo specchietto laterale destro, con i piedi che erano sospesi nel vuoto. Gli occhi si mossero all'interno del furgone, scrutando i vivi che tentavano di fuggire. Emise un lamento prolungato e cominciò ad agitarsi, tentando di arrampicarsi fin sul tetto.
Charles lo osservò per un istante, finché sterzò a destra. Il mezzo sobbalzò e la fiancata strisciò per metri lungo le abitazioni. Non videro più quel mostro, tantomeno lo specchietto laterale, saltato in pezzi a causa dell'urto con il cemento.
La jeep li seguiva a pochi metri, schiacciando tutto ciò che incontrava, deturpando di più gli zombi che non riuscivano ad allontanarsi.
Imboccarono la strada principale senza diminuire la velocità dei mezzi, non si sentivano ancora al sicuro finché restavano a Rob – County.
Alan era stremato e spesso si voltava per rassicurarsi che non vi fossero troppe creature ad ostacolare la fuga. Gli venne in mente di dare delle raccomandazioni vitali: “Se dovesse accadere di trovarci fuori dalla jeep e con poche munizioni, ragazzi, mi raccomando, restiamo uniti, in gruppo.”.
Stephen, che sedeva al suo fianco, annuì. Peter lo aveva scrutato dallo specchietto retrovisore, gli altri avevano solo fatto un cenno di assenso. “Se solo trovassimo una fottuta armeria, sarebbe tutto più semplice!” disse Roger.
(69° Parte)
Sean Silly, un altro membro del gruppo cinofilo, si fece avanti. “Scusate Jasmine, ma è scossa, un po' come lo siamo tutti noi.”.
L'uomo gettò della legna per alimentare il fuoco e si rimise seduto. Tacque per qualche istante, perdendosi nelle fiamme del focolare.
“E' accaduto tutto così in fretta, che non c'è stato modo di correre ai ripari”. La voce di Tom, un uomo sulla quarantina con occhiali da vista che rimandavano il baluginio delle fiamme contorte da un vento tiepido, era greve. “Persino le autorità si sono trovate in serie difficoltà. Ogni mezz'ora ci giungevano allarmanti bollettini.”.
Sean sorrise, poi intervenne: “Pensavamo si trattasse di uno scherzo ben congegnato, invece...è tutto vero!”.
“Proprio come nei film horror: l'epidemia si espande così in fretta, che non facciamo in tempo ad accorgerci di ciò che avviene, che siamo nella merda.” aggiunse Alan.
“Suggerirei di fare dei turni di guardia, per la notte” disse Charles, intanto Jasmine aveva fatto ritorno, prendendo posto fra il suo gruppo.
Nessuno, quella notte, aveva dormito profondamente. Incubi e rumori nel bosco avevano interrotto il sonno dei superstiti. Si trattava delle prima notte da quando il virus si era propagato nelle città.
Il primo turno lo fecero Jasmine ed Alan, mentre gli altri tentavano di riposare. Gli unici rumori che giungevano dal bosco, erano i canti dei grilli, qualche civetta emetteva il suo grido acuto: sembrava starsene appollaiata su qualche ramo all'interno della boscaglia. Niente di allarmante, pensava Alan rimuginando sulla lunga giornata che aveva trascorso. Il fruscio dei rami sospinti dal vento, quello si che era un suono che li metteva a disagio. Le creature all'interno della chiesa avevano smesso di urlare, tuttavia non riposavano, non ne avevano bisogno.
“Stai meglio?” chiese Alan alla ragazza, le bande gialle fosforescenti della divisa scintillavano nella semi-oscurità.
Jasmine si appoggiò con la schiena al furgone, lasciandosi scivolare lentamente, portandosi le ginocchia al petto. “Sto meglio, grazie!”.
Alan preferiva restare in piedi, durante il suo turno, almeno sarebbe stato sveglio.
“Immagino sia stata dura sfuggire a quei mostri, per fortuna abbiamo qualche vantaggio su di loro.”.
La ragazza annuì: “Il problema si presenta quando te ne ritrovi tanti, con il rischio che ti circondino, allora c'è poco da fare.”. Jasmine sospirò quando i ricordi tornarono lucidi nella mente e rivide quelle scene agghiaccianti.
“Hanno attaccato il nostro campo” disse a voce bassa, “al principio erano in pochi, ma qualcosa li ha attratti verso di noi. Ci siamo salvati in pochi perché non avevamo armi, solo qualche bastone per tenerli lontani”.
“Se può consolarti, abbiamo qualche arma, ma i proiettili cominciano a scarseggiare. Dovremo usarli con parsimonia.”.
Gli unici rumori che Alan temeva, erano i rami spezzati nel silenzio della notte. Odiava non poter vedere chi avesse di fronte, soprattutto le creature non morte che gli davano la caccia. Il perimetro in cui si erano rifugiati gli sembrava sicuro, purché ad infrangerlo fossero pochi zombi, altrimenti...
(70° Parte)
Come nei suoi peggiori incubi, Alan udì un rumore, gli parve un ramo spezzato che proveniva dall'interno del bosco, oltre il confine degli ultimi alberi.
Fece segno a Jasmine di tacere, quel dannato falò li avrebbe attirati verso la chiesa, così aveva pensato mentre impugnava il fucile e la torcia alogena. Dovevano bisbigliare fra loro, meno rumore possibile, ed occhi ed orecchie aperte. Lo spiazzo antistante la chiesa andava difeso.
La ragazza svegliò Roger, scuotendolo. “Seguimi” lo ammonì ritornando verso Alan, Roger capì cosa stava accadendo.
Gli alberi erano schierati in file quasi omogenee, al limitare del piazzale in terra battuta. Udirono un lamento in lontananza, poi un altro, un altro ancora, sparsi per il bosco c'erano gli zombi, quanti ve ne fossero era impossibile da capire, ma c'erano e avanzavano.
Uno ad uno, i due gruppi di superstiti si svegliarono, restando immobili. Il terrore era una costante che li seguiva sempre: ora, poteva capitare a chiunque di rimanere circondato dalle creature affamate di carne umana, era solo questione di tempo.
Alan voleva riflettere prima di agire: le alternative erano due, forse era solo la fuga. Il pensiero più forte che si fece strada in lui fu quest'ultima: raccogliere baracca e burattini e fuggire. Fra un paio d'ore sarebbe sorta l'alba, un nuovo giorno.
Era finito il tempo del silenzio, stavano per essere circondati e si dovevano dare una mossa.
“Ok gente!” disse ad alta voce Alan, gli occhi erano puntati sul bosco, il fucile carico e la torcia appoggiata alla canna per inquadrare qualsiasi cosa si fosse mosso. “Togliamo le tende finché possiamo, perciò raccogliete provviste e teli...squagliamocela!”.
Nessuno ebbe da dire nulla, non un solo fiato, fecero solo ciò che aveva detto. Alan, Roger e Stephen si misero a protezione del perimetro, mentre gli altri caricavano il furgone e la jeep.
I cani cominciarono a ringhiare, mentre i lamenti si facevano più vicini.
(67° Parte)
Tre pastori tedeschi uscirono dal folto del bosco, e vennero illuminati dai forti raggi di sole. Stephen udì altri rumori, altre voci: gli apparvero concitate, come se qualcuno stesse correndo nella boscaglia.
Osservò i cani che si erano fermati sul sentiero di terra vicino all'edificio, seduti a terra e con le lingue a penzoloni.
Due mani sbucarono fuori dalla chiesa, attraversando la porta aperta: mani rosse a causa del sangue rappreso. Ne sbucarono altre, poi le braccia si fecero visibili, infine alcuni corpi.
Stephen sussultò davanti a cinque creature appena uscite alla luce del sole. I corpi erano in avanzata decomposizione, forse a causa dell'eccessivo caldo di agosto. Con orrore li vide girarsi verso di lui, lentamente. Le braccia portate avanti, le dita protese per afferrarlo.
Uno sparo ed un sibilo provennero dalle sue spalle, il proiettile aveva colpito uno zombi penetrando nel suo addome. Indietreggiò di qualche passo, quasi cadendo a terra, ma riuscì a restare in precario equilibrio.
“Presto! Torniamo indietro, alla jeep!”. La voce di Roger fu quasi coperta da altri spari, Alan era comparso dalla parte opposta della chiesa e colpiva gli zombi con una sequenza di tiri alle loro teste. Tre creature caddero a terra, quasi una sull'altra, mentre i muscoli continuavano a muoversi a causa di spasmi. Uno zombi sembrava il parroco della chiesa, ciò che ne restava degli abiti, il colletto bianco al collo, la veste nera imbrattata di sangue, facevano presumere che si trattasse di lui.
Un gruppo di uomini e donne sbucò dal folto del bosco, non erano più di una decina. I loro volti erano segnati dalla fatica, i toraci che assecondavano i respiri affannosi. I tre cani raggiunsero i nuovi arrivati, mentre ne stavano giungendo altri.
I due gruppi di sopravvissuti si studiarono per alcuni istanti, cercando di capire se erano infetti, oppure uomini in grado di intendere e volere. Questo contraddistingueva un infetto da un essere umano: il buon senso e il saper ancora ragionare.
L'attenzione si spostò sulla chiesa, da cui ne uscivano zombi. Gli uomini dovevano agire in fretta, prima che tutti gli infetti capissero che fuori c'era del cibo, della carne fresca con cui banchettare.
Stephen fece spontaneamente da esca, Roger ed Alan capirono cosa avesse in mente.
“Luride bestiacce! Seguitemi se avete ancora fame!”. Attese che tre zombi muovessero lo sguardo su di sé, poi si mosse verso il bosco. Alan e Roger corsero verso l'ingresso ancora aperto. Le creature stavano realizzando di dover uscire sfruttando l'unica via aperta, ma i due uomini chiusero la porta e la sbarrarono con il peso dei propri corpi. La pressione aumentava, le mani spingevano verso l'esterno, aumentando la forza.
Gli strattoni la muovevano, i piedi dei due ragazzi iniziavano a scivolare indietro: non avrebbero retto a lungo. “Aiutateci, portate qualcosa per bloccarla!”. Tre spari giunsero alle loro orecchie, dopo una ventina di secondi ricomparve Stephen.
Un uomo ed una donna si avvicinarono alla porta difesa da Alan e Roger, sembravano sfiniti, esausti. Senza dire una sola parola, puntellarono tre tondini di ferro al terreno e li appoggiarono all'ingresso della chiesa. Alan e Roger rifiatarono, la porta sembrava non cedere di un solo centimetro, mentre all'interno le urla delle creature si facevano più minacciose.
“Grazie per l'aiuto” riuscì a dire Roger, osservando la coppia che li aveva appena aiutati. Portavano tutti delle divise blu e strisce gialle fosforescenti. I distintivi al petto e le scritte dicevano: Nucleo Cinofilo da Soccorso della Protezione Civile.
(68° Parte)
“Mi chiamo Charles Berry” disse un uomo del gruppo cinofilo. Era scesa la sera e tutti i sopravvissuti si erano radunati vicino alla chiesa, proprio nella parte posteriore. La porta bloccata dai tondini di ferro sembrava reggere bene.
Prima di cenare con le provviste che avevano, era stato acceso un falò. Le fiamme color arancio danzavano a causa di un vento debole, i muri bianco sporco della chiesa erano costellati di ombre.
“Non so cosa sia accaduto in poche ore, ma siamo vivi per miracolo” continuò l'uomo seduto a gambe incrociate. I due gruppi si erano uniti, per sicurezza la jeep era stata parcheggiata a pochi metri da loro; anche gli altri avevano recuperato il loro mezzo: un furgone Daily bianco, che portava le scritte del gruppo cinofilo e, sul tetto, c'erano dei lampeggianti blu per le emergenze.
“Abbiamo perso molti compagni in queste ore, quelle creature sono anche dentro i boschi.”. La voce della donna che aveva parlato, parve àtona.
“Lei è Jasmine” disse Charles facendo una sorta di presentazione. La donna sorrise appena, poi scese il silenzio.
“Siamo diretti a Port Sigmunt” disse Alan. La cena era quasi terminata, composta quasi da panini e snack presi in magazzino. Charles guardò il suo gruppo, in mano teneva ciò che restava del suo sandwich al prosciutto, fra le gambe una bottiglia di succo di frutta.
“Avete sentito nominare l'Isola 21?” chiese infine Roger. “Siamo diretti anche noi in quel posto, ma non siamo certi che sia del tutto sicuro. Non riceviamo più notizie da qualche ora.”. Charles mostrò loro una radio ad onde lunghe e la rimise nel fodero agganciato alla cintura.
Jasmine si alzò dicendo: “Scusatemi”, il suo viso parve rigato da alcune lacrime, uno dei componenti del suo gruppo la seguì.
I cani, in tutto sei, erano stati messi in alcune gabbie nella parte posteriore del furgone. Sembravano riposare nel silenzio della notte. I grilli cominciarono a cantare la nenia estiva, posati su qualche ramo d'albero nel bosco di Mont Valley.
Per la prima volta, da quando ho creato questo blog, vorrei parlare di altro, non di ciò che mi piace scrivere. Ho passato gli ultimi giorni a cercare e a leggere siti e blogs che trattano di letteratura fantastica. Casi letterari di giovani promesse, che forse tanto promesse non lo sono ancora, sono stati oggetto di discussioni in rete.
Un ruolo importante lo rivestono anche i famigerati editor, che altro non sono che professionisti pagati per correggere/abbellire e migliorare i testi che andranno in stampa.
Il problema principale, secondo il mio parere, è che le Case Editrici dovrebbero fornirsi di tali professionisti di genere. Intendo di persone qualificate in generi differenti, proprio per aiutare autori esordienti (e non solo) a lavorare bene sulle storie, sui personaggi e sugli scenari che sono all'interno delle storie. Credo che un editor specializzato nella Fantasy potrebbe svolgere un lavoro migliore, rispetto ad uno che ama un altro genere. Si parla tanto degli stereotipi, situazioni molto simili a storie già lette, allora io mi chiedo: “Perché non fornirsi di professionisti che potrebbero vedere incongruenze nel genere, oppure miglioramenti nella trama (sempre attraverso l'autore, che può decidere o meno di attuare simili cambiamenti)”.
Gli editor sono figure molto importanti nell'ambito editoriale, al fine di far uscire un buon prodotto per la vendita nelle varie librerie. Ma io vorrei vedere nascere Editor di genere, chissà se un giorno questa idea potrebbe diventare realtà. Questi professionisti sono persone con un bagaglio culturale soggettivo, hanno letto e studiato e posseggono gusti personali. Sono persone che leggeranno manoscritti e bozze, oltre che romanzi già pubblicati scelti per seguire un nuovo corso editoriale.
Credo sia nato tutto dal fenomeno Christopher Paolini con il romanzo Eragon, e con la visione della trilogia Il signore degli anelli di Peter Jackson.
Un altro argomento su cui vorrei soffermarmi:
Esistono regole che possono aiutare a scrivere un buon libro di genere. Ho notato che sul web questa tesi ha sollevato molte polemiche. Lasciate che esprima il mio parere personale a riguardo: autori che hanno avuto il battesimo del fuoco, hanno venduto milioni di copie nel mondo, hanno scritto dei saggi riguardo questo tema. Condivido molti loro suggerimenti, li ho fatti miei attraverso anni di letture delle loro storie. Stephen King è uno di questi autori, e di lui ho letto parecchi romanzi, ma attualmente sta perdendo la fiducia di molti affezionati lettori. Perché? Eppure ha scritto un saggio su come scrivere, regole dettate dalla sua personale esperienza. Sta esaurendo la fantasia che impregnava ogni pagina delle sue storie? Sta esaurendo l'originalità? Non lo so. Duma Key è il prossimo libro che leggerò, l'ultima sua fatica letteraria. Quello che è sicuro: non esistono leggi sullo scrivere trame mozzafiato, solo utili consigli per rendere ciò che si scrive decente. L'autore, attraverso fantasia e buon gusto, dovrà scrivere una storia capace di attirare l'attenzione nel lettore. La sospensione dell'incredulità! Un ingrediente che dovrà stregare il lettore, incollandolo alle pagine del libro. I personaggi e la scenografia (o luoghi in cui avviene il tutto) attrarranno colui che legge alle loro particolarità, alla bellezza.
Si potrebbe scrivere migliaia di pagine su questo argomento, senza venirne a capo. La fantasia, che possiede ogni individuo, è un ingrediente importante. Sicuramente si tratta di una cosa fondamentale per un genere come la Fantasy. L'immaginazione di un mondo parallelo al nostro, con tutte le leggi a questo inerenti, sarà la scenografia in cui si sposteranno i nostri beniamini.
Recensione! (Per meglio dire: consiglio di lettura).
Non mi ritengo un critico di letteratura, per questo ciò che mi accingo a scrivere non sarà una vera recensione. Cercherò di spiegare ciò che mi è piaciuto (e non) di un recente romanzo che ho letto. Pregi e difetti che ne ho colto lungo la lettura, ma puramente soggettivi. Ciò che potrebbe piacere a me, magari, non piace ad altri.
Per la prima volta mi accingo a parlarvi de Il demone di Dio.

Genere: Fantasy
Autore: Wayne Barlowe
Casa Editrice: Newton Compton Editori
Brossura
400 pagine
€ 9,90
Cominciamo con il raccontare brevemente la storia che nel genere Fantasy è ancora inedita: perché? Non ci troviamo di fronte a personaggi letti e riletti, nossignore, ma davanti all'Inferno, demoni ed anime dannate. L'autore, tale Barlowe, non è altri che lo sceneggiatore e disegnatore dei film di Harry Potter. Chi di voi non ne ha visto almeno uno? Ma questo argomento non c'entra nulla con la narrativa fantastica, perché sono due cose ben distinte, anche se uno sceneggiatore potrebbe avere qualcosa da raccontare a noi lettori.
Al principio ci troviamo nel bel mezzo di una battaglia (anche i demoni le combattono!). Uno dei personaggi principali si chiama Eligor, un demone di basso livello, che vede, con i suoi occhi, la città fondata sulle sponde dell'Acheronte, quasi annientata.
La storia si ferma per raccontarci cosa è avvenuto prima, perciò grazie ad un lungo flashback, che ci ragguaglierà di tutto quello che è avvenuto prima.
La caduta: scacciati dal Paradiso, migliaia di demoni caddero all'Inferno. E' suggestiva la descrizione di questa epoca, mentre le creature malvagie “toccano” terra. Gli abitanti di questo luogo sono cattivi, reietti e crudeli: i demoni si distingueranno per varie classi, da Grandi Demoni, a quelli di classe più bassa.
La terra che si appresteranno ad abitare per l'eternità è triste, grigia. Crateri e lava si alterneranno, e Algol (un astro simile al sole), tinteggerà di altri colori questo triste ed immenso luogo. I demoni cominceranno a costruire città, si! Città popolose di demoni ed anime. L'umanità fornirà la materia prima per le costruzioni attraverso anime di peccatori, ma non immaginate quante!
Torri e mura cingeranno e proteggeranno queste costruzioni in continua evoluzione, le popolazioni aumenteranno con il passare dei millenni, l'architettura di palazzi, monumenti e statue migliorerà con gli architetti (anche loro dei demoni).
Molti sono i protagonisti di questa storia, dal Gran Demone Sargatanas, ad Hani, un'anima che cercherà di capire chi fosse stato in vita. Adamantinarx è la città in cui vivono questi personaggi, la più “bella” città dell'inferno. Eh si! Anche all'inferno nascerà la rivalità fra i signori delle anime peccatrici, che agiranno tramite glifi, una sorta di magia praticata dai demoni più forti. Non voglio raccontarvi troppi ragguagli, perché vorrei che se li gustasse chi deciderà di leggere questo romanzo.
Quello che vorrei sottolineare, è la cura nei dettagli che l'autore ha cercato di ampliare. Lo definirei evocativo, mai banale, nemmeno nelle caratterizzazioni dei luoghi dell'inferno, né nei dialoghi fra i personaggi che vivono la storia di Eligor e la città in cui ha prosperato.
Il punto di vista del narratore si sposterà da una città all'altra, da Dis, la capitale dell'Inferno, fino a quella dei nostri Eroi. Si! Perché dopo millenni, qualcosa all'interno di questo mondo muterà. Il lettore verrà “guidato” da questo cambiamento, seguendo la logica dei demoni che dimorano ad Adamantinarx (difficilmente riuscirò mai a pronunciare nel giusto modo questo nome, anche dopo averlo letto decine e decine di volte!).
Considerato il prezzo, che non è troppo alto, consiglierei la lettura a tutti gli amanti della Fantasy, e non solo. Si tratta di una novità riguardo questo genere.
Cinque auto della polizia erano parcheggiate lungo tutta la larghezza delle due corsie, si vedevano bene mentre uscivano dal parcheggio dell'area di servizio. Alcune luci lampeggianti erano ancora accese: luci rosse e blu danzavano nella giornata estiva. Non erano posizionate simmetricamente, ma un po' di sbieco, come se gli agenti avessero avuto fretta; qualche sportello era rimasto aperto, come lo erano i finestrini.
La jeep avanzò sull'asfalto a passo d'uomo, i loro occhi fissi su quella formazione di auto che bloccavano l'intera strada.
Peter guidava il veicolo, mentre Stephen, Alan e Roger stavano pronti con le armi in pugno: la prudenza non era mai troppa. Davanti a loro si ergeva un paese costruito sui due lati della strada principale e, in lontananza, svettava un campanile dal tetto a punta, le tegole di un rosso acceso, una parte della vecchia campana era distinguibile.
Raggiunsero il posto di blocco e si fecero perplessi, da quale parte era giunta la minaccia? Erano due le possibilità.
La chiesa era alla loro destra e una stretta strada asfaltata conduceva fino ad essa. Ai lati della via si arroccava il piccolo centro abitato, costituito da case a due piani, vecchie case dalle imposte rovinate e mal curate.
“Un paese di vecchi, sembra” disse Stephen, osservando cupo ciò che c'era alla loro destra.
“Ci sarà qualche sopravvissuto in questo paese” aggiunse Alan. Il suo sguardo raggiunse l'apice del campanile, quella campana che brillava alla luce del sole con quel colore bronzeo.
L'auto si fermò davanti alla stretta via, con i finestrini aperti di fronte alla strada sgombra, pulita, silenziosa. Le rondini e i piccoli uccelli sfrecciavano fra le tegole che sembravano incontrarsi: pochi metri c'erano fra loro.
“Proviamo ad andare fino alla chiesa?” domandò Stephen al gruppo, magari qualcun'altro avrebbe potuto dire la sua, oppure obiettare per la pericolosità della sua proposta. “Non abbiamo altri posti in macchina, siamo al completo” ricordò Peter, sempre alla guida della jeep. “Se dovessimo trovare qualche sopravvissuto, chi lo spiega che non possiamo portare nessuno?”.
(66° Parte)
L'unico che aveva protestato per qualche minuto, era stato Stewart. Seduto con gli altri tre passeggeri nei sedili posteriori, aveva detto la sua con veemenza, mentre la jeep cominciava ad inerpicarsi in direzione della chiesa. Il suo tono divenne quasi un piagnucolio sommesso.
Due grossi battenti serrati si stagliavano dinanzi ai loro occhi, il legno di cui erano composti non aveva quasi più vernice. Alan si affacciò dal finestrino, senza scendere dall'auto, e guardò la grossa vetrata rotonda costruita sopra il grande portale. Faceva un caldo pazzesco quel giorno di agosto assolato.
“Allora, come procediamo questa volta?” chiese Roger, al fianco di Alan.
“Un'occhiata veloce, senza gridare. Non vorrei attirare qui tutti i mostri della zona” si raccomandò Alan, osservando gli altri seduti dietro.
Gli sportelli dell'auto si aprirono e qualcuno scese: Alan e Roger, poi Stephen. I piedi toccarono il cemento posato sulla terra, era consumato dal tempo e dall'acqua. Non si allontanarono subito dal rifugio su quattro ruote, ma attesero un segno, oppure un rumore, una voce...
In quel piccolo paese non si erano ancora viste le creature, a parte nelle vicinanze del benzinaio, ma erano convinti che ci fossero, magari nascosti oltre le case, oppure vagavano dove si erano cibati l'ultima volta.
“Ascoltate!”. La voce di Barbara richiamò l'attenzione di tutti. Si era affacciata dal finestrino posteriore, le orecchie tese ad ascoltare ancora.
“Sembrano cani” fece Stephen, fermo vicino agli altri due. Le voci di cani, più di uno, giunsero fino a loro, ma non erano vicini, sembravano provenire dal bosco dietro la chiesa. Quei suoni vivi ne scaturirono altri, che giungevano dall'interno della chiesa.
Alan e Roger avanzarono verso il portale: era chiuso, sigillato. Stephen oltrepassò l'angolo dell'edificio, quello più vicino: il cemento terminava in una via priva di asfalto, che forse girava intorno al vecchia chiesa.
Il silenzio, in cui era immerso quel paesino, cessò. In pochi minuti lo scenario di quiete stava mutando davanti agli occhi e le orecchie di tutti. Da dietro la chiesa l'abbaiare di cani si faceva più forte; rumori e impetuosi colpi provenivano dall'interno della chiesa. Alan e Roger, fermi davanti all'ingresso, non sapevano come meglio agire. Poteva trattarsi di sopravvissuti attirati dalla loro presenza, che sbattevano le mani sul robusto legno per farsi sentire, oppure...
Urla concitate giungevano, adesso, dal folto bosco assiepato dietro la facciata della chiesa. Stephen non si era allontanato più di tanto, fermandosi appena dopo l'angolo: tenere in mano un'arma carica gli dava una certa sicurezza.
Una porta sul retro dell'edificio si spalancò all'improvviso, c'era molto movimento all'interno. Il ragazzo vide solo l'uscio aprirsi verso l'esterno.
Trovarono la guardia giurata appoggiata con la schiena alla parete, tutto intorno oggetti mal posti, gettati in terra, altre tracce di sangue. “Ma che...” Stephen non finì la frase perché il gesto eloquente dell'altro glielo impedì: il dito indice portato alle labbra. Entrambi seguirono il suo sguardo e videro.
“Manca poco, pochi minuti, forse” disse Peter, mentre stringeva l'erogatore della pompa in mano. L'odore del gasolio si mescolava con altre flagranze non del tutto gradevoli: carne marcia, magari uova marce, o beni che si deterioravano facilmente nella calura di agosto. Ma bastava farci l'abitudine, l'olfatto dell'uomo ci avrebbe dovuto convivere, sempre che qualcuno fosse sopravvissuto al virus.
“Quanti chilometri mancheranno a Port Sigmunt?” chiese Thomas. La domanda non era stata rivolta a qualcuno in particolare, nessuno aveva contato quanti metri avessero percorso. “Poco più di una ventina, credo” rispose Roger, gli occhi puntati sui numeri che scorrevano oltre il vetrino della pompa.
Quando quei numeri avevano raggiunto la cifra dei cinquanta litri, qualcosa bloccò l'erogazione con un suono metallico. “Ci siamo” disse Peter ed estrasse l'arnese. Infine guardò gli altri esclamando: “Vado a pagare con la carta di credito...”. Alan e Roger si scambiarono un'occhiata divertita, finché Peter sbottò: “Ma come cazzo fai ad uscirtene così!”, poi ripetè la sua frase ridendo.
“Ragazzi! Ma che volete...non sarà mica la fine del mondo!” continuò Peter. Questa volta i tre risero più forte, persino alcune lacrime sgorgarono dai loro occhi, giusto per inumidirli. Sarà stata la tensione che avevano accumulato in tutta la giornata, oppure il cercare di non uscirne pazzi, ma tutti e quattro ci risero sopra. Lo sparo che udirono li fece tacere tutti, in un solo istante.
(64° Parte)
Stephen non esitò, puntò la pistola oltre il compagno ed il boato s'infranse all'interno del locale. Barbara indietreggiò, spalle alla parete; Stewart era bianco in volto. La creatura cadde in terra senza rantoli. Un foro in piena fronte e del sangue ne fuoriuscì, poco sangue, visto che si trattava di cadaveri che vagavano travalicando gli schemi della natura. Li avevano scavalcati: quel virus aveva battuto la natura.
“State tutti bene?” volle sincerarsi Stephen, entrambi annuirono con un gesto perché non c'erano parole. Non avevano idea di quanti si fossero salvati, c'erano zombi ovunque, persino in zone isolate come quella. “Torniamo alla macchina, allora” disse agli altri. Ma lo sguardo di tutti e tre, prima di lasciare la cucina, tornò su quel cadavere. Era un uomo sulla quarantina, capelli radi e brizzolati: un'uniforme blu e distintivo sul petto. Doveva far parte del posto di blocco ormai incustodito sulla Statale 21. La camicia dell'uniforme era ridotta a brandelli, persino quel corpo non era un bello spettacolo con tutte le ferite che riportava. Doveva essere stato attaccato da molte creature per venire ridotto così, questo era il pensiero che si era insinuato in Stephen, forse anche negli altri due.
“Cazzo uno sparo!” aveva quasi urlato Roger, Alan fissò per qualche istante gli altri mentre la mente tentava di elaborare un piano, un'idea che non comportasse molti rischi, perché, più si esponevano al contatto con gli infetti, minori erano le possibilità di sopravvivere, ma a quel punto tutto andava a farsi benedire: corse verso il locale ristoro. Il fucile parallelo alle gambe fendeva nell'aria ad ogni suo passo, ma non era solo visto che con lui anche gli altri avevano agito. Un solo istinto: la protezione degli altri, si, perché da appena un giorno alcuni elementi si erano ritrovati a combattere per sopravvivere, e la forza del singolo, in quei casi, sarebbe facilmente venuta meno.
Così, Peter e Thomas entrarono in macchina avviandone il motore pronti per la fuga, Alan e Roger correvano verso l'ingresso con le armi in pugno, pronti ad aiutare il resto del gruppo. All'ingresso quasi non si scontrarono con gli altri tre, poco ci mancò. Stephen, la ragazza e Stewart uscirono fuori con un po' di provviste ed una borsa piena di bottiglie di succhi di frutta ed acqua, Alan e Roger tardarono un attimo per sbirciare all'interno.
“Non ce ne sono altri” disse loro Stewart, il suo viso aveva ripreso un po' di colore e la mente a funzionare. C'è gente che riesce a rispondere a determinati stimoli senza farsi prendere dal panico, altri ne vengono completamente sopraffatti: Stewart doveva appartenere alla seconda categoria.
“Davamo solo un'occhiata” gli rispose Roger, secco. Tornarono tutti verso l'auto che era parcheggiata quasi vicino all'entrata e pronta per la fuga.
(61° Parte)
Giunsero davanti al tunnel ma percorrendo l'altra carreggiata, quella che avrebbe condotto chiunque verso la città. Alan rallentò l'andatura.
“Mettetevi le cinture” li ammonì e fu il primo a mettersela.
L'ombra del tunnel inghiottì l'auto: la strada era sgombra, la galleria che stavano percorrendo era parallela all'altra, buia e vuota. L'eco del motore si disperdeva nell'ambiente, poi la luce del sole tornò ad illuminare tutto. Erano rimasti tutti zitti mentre varcavano l'oscurità e i fari illuminavano l'asfalto ruvido e pulito.
Una volta attraversato quel luogo senza incontrare minacce, il velo di paura ed incertezza che era calato, si era dissipato nel nulla.
“Benvenuti a Rob – County” lesse Alan ad alta voce. “Fra cinque chilometri c'è un paese”. Un vecchio cartello bianco con scritte in nero sbiadite dal sole avvisava chiunque passasse per quel tratto.
“Se non sbaglio a sinistra ci dovrebbe essere un distributore di benzina” avvertì Stephen. Il ragazzo memorizzò il tratto di strada che aveva percorso molte volte con l'autobus di linea.
Una pompa di benzina, un'oasi di pace, apparve alla loro sinistra. Tutti la osservavano in un cupo silenzio: l'asfalto bollente emanava calore che, visibile attraverso aria tremolante, saliva distorcendo immagini lontane.
La jeep si fermò all'interno del parcheggio e le gomme scricchiolarono sul brecciolino disteso sul manto di cemento.
Alan spense il motore, gli sguardi delle persone che erano con lui scrutavano l'area, quel parcheggio assolato e deserto. Ma c'era qualcosa che non quadrava, qualcosa messo al posto sbagliato. “Quelle macchine laggiù, guardate!” disse Stewart con tono tremolante. Tutti guardarono nella sua direzione. Cinque macchine sostavano oltre quell'area di servizio, ma erano state parcheggiate in modo anomalo. Alcuni lampeggianti erano ancora accesi, le luci blu e rosse riflettevano sulla parete di una casa, una candida parete.
(62° Parte)
“Dobbiamo fare il pieno, comunque” disse Roger, gli occhi erano fissi su quella scena, come fosse stato un ultimo tentativo di fermare qualcosa che andava oltre le ultime forze di polizia. Il posto di blocco era deserto, come tutto là intorno. Tutto abbandonato a sé stesso e questo non era incoraggiante.
Otto pompe di benzina giacevano inutilizzate in due file da quattro; un paio di erogatori erano in terra e qualche chiazza scura aveva annerito l'asfalto rendendolo viscido.
Uscirono dall'auto lentamente, scrutandosi intorno: Alan, Roger e Stephen tenevano le armi in mano. Barbara osservò l'area stringendosi le braccia al petto: non era a suo agio in quel luogo.
“Io e Stephen andremo a cercare del cibo, laggiù ne dovremmo trovare” disse Stewart agli altri.
“D'accordo, ma siate prudenti. Appena avremo finito suoneremo una volta il clacson. Se lo sentirete tre volte, vuol dire che ci sono dei problemi: raggiungeteci subito”.
Stephen annuì, aveva già la mente oltre quelle pareti, ma dovevano trovare altro cibo, ciò che avevano non sarebbe bastato a lungo. Il gruppo si separò, anche Barbara li aveva seguiti.
Il mega-store era ad un piano, costruito su un ampio piazzale: enormi vetrate giravano intorno al locale e le luci al neon, durante la notte, avrebbero illuminato la zona anche grazie alle insegne collocate sopra il tetto. Le luci sembravano spente.
Stephen li precedeva di un passo, seguito dagli altri due: gli occhi che scrutavano l'ingresso del locale. Si paralizzarono all'entrata, il disordine che c'era all'interno...
Barbara esaminò varie tracce di sangue sparse un po' ovunque, persino sul bancone. Gli specchi posti dietro di esso erano in frantumi, bottiglie e bicchieri giacevano in terra in un tappeto di detriti. Gli unici vetri ancora intatti erano quelli delle vetrate.
“Ma dove sono tutti” disse Stephen in un sussulto, gli unici rumori erano quelli provocati dai loro passi, scricchiolii.
Stewart si staccò dal gruppo: “Vado a vedere in cucina” disse oltrepassando tavoli e sedie ribaltati. Stephen puntò dritto al frigorifero: acqua e bibite fredde sarebbero servite presto.
Stewart scomparve dietro l'angolo penetrando la penombra, scomparendo alla vista degli altri due. Soltanto i passi erano udibili, oppure rumori di oggetti che cadevano, che venivano spostati in quel caos che c'era.
“Tutto bene?” urlò Stephen. Lui e Barbara avevano trovato una borsa termica abbastanza capiente, le bibite erano ghiacciate ed avrebbero conservato quella temperatura per un po', così riempirono quella sacca.
“Tutto ok!” replicò lui dall'altra stanza, ma il tono era strano: le ultime parole erano state dette in maniera anomala. Una punta di paura nel pronunciare qull'ok, come se fosse accaduto qualcosa di imprevisto.
Barbara e Stephen s'immobilizzarono, il rumore era tornato a farsi sentire, tavoli che venivano spostati di peso, le zampe strusciavano sul pavimento quasi stridendo, rumori di vetri infranti...
“Seguimi!” le disse, ma la voce di Stephen non aveva pronunciato un consiglio, né un ammonimento: era stato un ordine, aveva pensato lei. L'espressione di Barbara si corrucciò, ma poi seguì i suoi passi, una volta che si era avviato verso la fonte dei rumori.
(59° Parte)
"State tutti bene?".
Tutti erano usciti dall'auto e si erano riuniti intorno ad Alan e Roger. Quest'ultimo alzò gli occhi al cielo, la mano tesa di Stephen protesa per aiutarlo ad alzarsi, e poi tornò il silenzio fra loro. La ragazza giunta con Stephen uscì per ultima dalla jeep, forse a causa della paura di rimanere da sola in un incubo troppo cruento.
Lei appoggiò i piedi a terra in un modo impacciato, il viso rivolto verso il tunnel e gli occhi verdi riflettevano quel rogo rinato dall'esplosione e dal carburante che doveva ancora finire di bruciare.
"Mi chiamo Barbara" disse con un filo di voce, lo sguardo sempre puntato verso l'incendio, i rumori delle fiamme erano udibili anche da là.
"Allora parli!?" esclamò Stephen osservandola stupito, come se una notizia bella fosse giunta fra mille orrende.
"Ero in città quando tutto ha avuto inizio, quando l'ospedale è stato chiuso: lavoravo al Pronto Soccorso, ero dottoressa". La ragazza si sistemò la lunga gonna grigia e raggiunse gli altri.
Dal tunnel uscì un corpo avvolto dalle fiamme, camminava barcollando, un passo per volta, senza seguire un percorso lineare. Poi cadde a terra in uno schianto, mentre il fuoco terminava di bruciare la sua carne e i pochi tessuti che lo avvolgevano.
Barbara girò lo sguardo altrove, così come fecero altri: lo spettacolo aveva ben poco di interessante per attrarre l'attenzione.
"Sono anche qua" disse Alan con il fucile che gli cadeva lungo la gamba, i suoi abiti erano un po' anneriti per quel contatto prolungato con il fumo denso e lezzoso, non si vedeva molto sulla maglietta nera che indossava, ma si notava sui pantaloni marroni chiaro.
"Bene...direi di muoverci" disse Roger spezzando quell'alone di insicurezza che stava avvolgendo ogni membro di quel gruppo. "Direi di tornare indietro fino al prossimo svincolo e prendere la stessa strada in senso opposto, non credo che incroceremo altre macchine".
Alan annuì, osservando gli altri, cercando di capire se qualcuno era contrario a quella decisione, ma nessuno obiettò, risalendo ognuno ai propri posti.
(60° Parte)
La jeep fece una brusca inversione, ripercorrendo a ritroso un tratto di strada. Alan sbirciò dallo specchietto la galleria: il fuoco, con nuovo e devastante impeto, bruciava la cisterna e ciò che c'era nei paraggi. Al primo svincolo abbandonarono la strada Regionale attraversando un viadotto, ovunque guardassero, la campagna circostante era abbandonata a se stessa.
"Speriamo di non incontrare altre macchine" disse Stephen con un sorriso velato. Stewart, fin dall'inaspettata partenza, era rimasto zitto. Non aveva detto alcun parere da quando il suo collega era morto, da quando era divenuto come tutte quelle creature: un mangiatore di vivi.
Il viaggio era noioso, poiché ciò che incontravano era privo di attrazione, era tutto abbandonato e senza vita. La natura proseguiva il suo lento percorso, gli uomini cercavano rifugi sicuri, sempre che ancora ne esistessero. Sparsi per le campagne vagavano creature solitarie, forse aggrappate ancora ad un briciolo di ricordo, che le costringeva a girare nelle vicinanze dei casolari sparsi quà e là.
L'auto imboccò una rampa che conduceva verso la stessa strada: la Strada Regionale 21, il cartello di divieto di transito venne ignorato da Alan, che guidava moderatamente e spesso dava un'occhiata fugace all'indicatore di benzina.
"Fra qualche chilometro dovremo fare benzina, se non vogliamo rimanere a secco", la voce di Alan parve tesa, ma questo era normale. Ciò che tutti loro stavano vivendo tendeva al limite i nervi di ognuno. Roger lo guardò divertito: "Se agiamo in fretta, senza esporci più di tanto, credo che ce la caveremo anche questa volta" disse al suo indirizzo.
"Se le pompe di benzina dovessero essere piene di...quei cosi" aggiunse Stephen affacciandosi fra i due sedili anteriori, "rinunciamo. Su queste strade ne troveremo molte. Non voglio correre rischi inutili".
"Come se noi ci volessimo divertire, invece..." disse Peter, poi guardò in faccia Stephen e gli sorrise sarcasticamente.
(57° Parte)
Fumo nero e denso, un vortice d'aria calda attraversava l'intera galleria spingendolo fuori.
"Gomma bruciata" disse Alan, osservando la galleria dal punto in cui cominciava l'ombra e terminava la luce del sole.
Roger si fermò di fianco a lui e accese una torcia alogena: "L'ho trovata nel cruscotto" esordì osservando l'interno.
Attesero incerti. Si voltarono indietro per qualche istante, ascoltando il silenzio della strada deserta, solo qualche scoppiettio si udiva, fiamme distanti divoravano gomme e plastica, qualche luminescenza sinistra si intravedeva dall'esterno.
Si mossero in avanti attraversando l'oscurità.
A passi lenti si spinsero lungo le due corsie di cemento, le luci appese al soffitto erano spente e ad un centinaio di metri qualcosa luccicò. Roger puntò il fascio di luce: "Cosa diavolo è!" esclamò Alan, gli occhi fissi su quell'agglomerato di lamiere contorte. Il fuoco stava divorando tutto ciò che potesse bruciare, il fumo saliva fino alla parte superiore della galleria, seguendo la direzione di un vento caldo: complice era anche la temperatura dell'incendio.
Entrambi si portarono un lembo di maglia alla bocca, cercando di non respirare quell'odore acre ed insopportabile. Il sudore traspariva sui loro abiti, bagnandoli in aloni.
"Quella laggiù mi sembra una cisterna" disse Roger, illuminandone l'enorme sagoma dietro altre decine di mezzi schiacciati fra loro.
Qualcosa attirò l'attenzione di Alan, forse un movimento vicino alle prime macchine. Un rumore lieve, come se un pezzo di metallo fosse caduto: Roger puntò la luce su un cerchione di ferro che stava ancora girando su se stesso. Entrambi trasalirono perché qualcosa luccicò fra i rottami, sembravano riflessi...
(58° Parte)
Alan puntò il fucile in quella direzione, ma Roger appoggiò una mano sulla canna. Il fascio di luce inquadrò due occhi che li stavano fissando, successivamente la luce illuminò un corpo.
"Sono anche qua dentro" disse Roger con un tono sconsolato. Alan abbassò l'arma, il gesto di Roger lo aveva fatto riflettere: poteva colpire la cisterna provocandone l'esplosione e non era una mossa saggia.
Dei lamenti flebili si udirono nella galleria e quel corpo si mosse verso di loro. Una figura grottesca, disgustosa con quella divisa blu che indossava. Un distintivo attaccato al petto scintillò per un istante, mentre si avvicinava ai due uomini.
Alan e Roger non si dissero nulla, cominciarono ad indietreggiare guardando lo scempio nel tunnel. Chissà quante vite erano state perse là dentro, quante prese dal virus e quante dall'incendio esploso fra tutte quelle auto.
Roger continuava ad illuminare il cadavere che avanzava, più di metà corpo era stato eroso dalle fiamme provocandone diffuse ustioni.
La luce del sole quasi li accecò, abbracciandoli nuovamente con i suoi caldi raggi di agosto. Corsero verso l'auto senza voltarsi, ma non la raggiunsero.
Un forte boato nacque dall'interno della galleria e, in un battito di ciglia, l'onda d'urto spostò violentemente entrambi, spingendoli a terra. Tutto ciò che c'era all'interno della galleria, adesso sarebbe stato annientato dalla forza del fuoco.
(55° Parte)
"Di solito la tratta che seguo..." disse Stephen. Il suo sguardo s'incrociò con il conducente dell'auto, poi il tono si fece cupo: "...che seguivo. Murga era la stazione di partenza, passavo per Port Sigmunt fino alla città di Shelley".
"Stiamo andando proprio a Port Sigmunt" s'intromise Roger osservando la strada, in grembo teneva la pistola ed i proiettili nella mano.
"Dobbiamo raggiungere L'isola" continuò Alan.
"Port Sigmunt" disse Stephen, "Proprio una bella cittadina sulla costa, ma..." Stephen spostò il corpo della ragazza verso Peter, quel tanto per affacciarsi fra i due sedili anteriori. "Non ho sentito belle notizie giungere da là, sembra che se la passino piuttosto male" disse con una flebile voce.
Peter, Thomas e Stewart dormivano, almeno tentavano di farlo: più che altro giacevano in dormiveglia. La stanchezza psico-fisica era forte in ognuno di loro.
Alan continuò a guidare osservandosi ai lati per non avere sorprese, nel frattempo rifletteva...
(56° Parte)
"Dobbiamo andarci! Capisci? Non abbiamo alternative!". La voce di Roger era quasi un sussurro, per non farsi udire dagli altri che dormivano. "Dopo tutto quello che abbiamo passato...dobbiamo tentare".
Stephen si riaccostò fra i sedili guardando la strada, quelle strisce bianche tratteggiate al centro delle due corsie, i piccoli alberi che sfrecciavano alla destra della jeep.
"Allora volete illuderli" disse lui a bassa voce, "dare a tutti false speranze. E' questo che state facendo".
Alan rallentò la corsa del veicolo. Un tunnel stava davanti a loro ed un cartello ne indicava la profondità: 300 metri.
Accostò l'auto sulla destra, a lato della strada e tutti si destarono. Del fumo nero ne usciva disperdendosi nel cielo terso.
"Non mi fido" disse a Roger. Con un gesto tirò fuori il fucile da sotto il sedile di guida ed appurò che fosse carico.
Roger e Alan aprirono gli sportelli lentamente, uscendo dal veicolo. Qualcuno protestò, chiedendone il motivo, ma non giunse alcuna risposta.
Ai lati della strada non c'era la pianura, ma un'irta salita erbosa, qualche cespuglio secco ne mutava il colore. Quella collina si estendeva per centinaia di metri a monte e a valle della galleria priva di illuminazione.
"Torniamo subito, il tempo di dare un'occhiata" li avvisò Roger. Poi s'incamminarono verso la galleria.